LETTERE IN LIBERTA’. CAPITOLO II

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Continuo a raccontarvi il percorso che il compositore e la musica fanno per arrivare al film finito. Sempre basandomi sulle domande più frequenti che mi vengono rivolte da chi ha interesse e curiosità nella relazione che c’è tra musica e cinema.

Due – La musica che non c’é

quindi ora devi metterti al lavoro.

Sei in sintonia con il regista, gli accordi economici sono stati raggiunti,

hai già firmato o firmerai tra breve il contratto, …

Accantoniamo però le faccende burocratiche, la cosa importante è che devi fare questo film. Cominci a pensare a quel che dovrà succedere tra un mese e 15 giorni da oggi, tanto ti separa dall’inizio della registrazione della musica.

Telefoni tu stesso allo studio e a chi dell’edizione musicale ti seguirà in questo lavoro. Ti assicuri che ci sarà il fonico che vuoi e alcuni dei musicisti con i quali lavori più assiduamente. Il budget già discusso è in linea di massima stabilito. L’organico strumentale è ancora impreciso e man mano che ti inoltrerai nella composizione lo definirai sempre di più, per ora quindi i conti si fanno su un numero tot di esecutori, quanti turni d’orchestra occorreranno e quante ore di studio complessive tra registrazione e mix musica, l’eventuale affitto di strumenti particolari, la copiatura delle parti.

Hai il film con te in dvd, lo hai già visto un paio di volte in moviola con regista e montatore (ma dall’ultima volta hanno già modificato il montaggio e continueranno a tagliare , aggiungere e spostare). Io lo rivedo appena saltabeccando tra le scene. Mi suggestiona molto di più il ricordo del film visto la prima o seconda volta, preferisco lavorare sulla memoria piuttosto che rimbambirmi davanti allo schermo pensando che passandolo e ripassandolo succederà chissà che. In realtà imbrigli soltanto l’immaginazione.

Quasi ogni due tre giorni il regista ti chiama e ti chiede come va; vorrebbe forse passare e stare un po’ con te a discutere, ascoltare, vedere che stai combinando. E’ un momento strano, a suo modo convulso. Può succedere pure che non dormi e ti si scombussolano un po’ tutti i ritmi abituali. Il motivo è solo uno: la musica non c’è ma sai che tra un mese dovrà esserci. Bella o brutta, cascasse il mondo.

Quando nel 1993 feci “Il segreto del bosco vecchio” di Ermanno Olmi, dopo aver visto insieme l’ultima versione montata del film nella sua casa su ad Asiago, sulla porta mi salutò dicendomi il “film è nelle tue mani”. E mi prese un colpo!

La musica che non c’è io la trovo formidabile. Questo periodo di gestazione a tempo, dove le idee non vengono e se arrivano circolano alla velocità della luce e tutte sembrano quelle giuste, una migliore dell’altra, ma dopo un minuto già le hai scartate senza rimpianto, è unico, a volte depressivo, faticoso ma alla fine divertente, eccitante e ti piace.

Qui faccio una parentesi importante, io sto parlando della mia esperienza. E’ ovvio che l’approccio alla creazione è così soggettivo che non si può generalizzare. Ognuno se cel’ha, seguirà un suo metodo, a ognuno succederanno cose diverse. Se parlo di idee musicali veloci come il lampo, non è che sto pensando a una melodia, un tema, o in particolare alla musica di una scena precisa. A me si mette automaticamente in moto e si precisa sempre più un meccanismo complessivo, che abbraccia stilisticamente tutto l’arco musicale architettonico e drammaturgico, che penso sia giusto per quel film. Posso ragionare sia in termini tematici, o vagamente su un clima musicale, poi man mano che procedo arrivano soltanto, o meglio si definiscono sempre più, le cose con il peso e le caratteristiche che a me sembrano giuste e che servono solo per il film che sto facendo. Una volta che trovo il peso, il suono – inteso come voce autentica del film, sempre secondo me – comincio a martellare le idee, forgiarle fino a modificarle attraverso un ultimo fondamentale sguardo: il mio.

Sí, può apparire strano, ma io credo che lo stile soprattutto applicato alle immagini di un film non è che viene fuori di getto sempre e comunque; dall’apparizione iniziale di un’idea alla sua versione finale, quella precisa e in cui ritrovi te stesso, passa un vero e proprio lavoro chirurgico. Questo è in fondo comporre musica. E che sia per un film oppure per un brano libero da commissioni, per me è identico.

 

Avevo detto del film di Ermanno Olmi, Il segreto del bosco vecchio, del 1993. Ve ne propongo l’ascolto di alcuni brani. Olmi è un grande appassionato di musica e la conosce bene. Il film, tratto dal suggestivo omonimo libro di Dino Buzzati, narra nel clima fantastico colmo di magia e sospensione, di severità e bellezza assoluta di un bosco delle Dolomiti e degli spiriti degli alberi che lo abitano. Gli animali parlano, il Vento è un’entità viva, tutta la Natura accerchia l’uomo, che incapace di proteggerla la danneggia sempre più con la sua incoscienza. Una grande favola insomma. Olmi mi aveva dato un input facendomi ascoltare un adagio bachiano e un brano per voce bianca e organo scritto da Benjamin Britten, musicista che io amo e conosco molto bene. La cultura musicale di Olmi e questi due poli mi consentivano di muovermi agevolmente con il linguaggio da adottare, senza timore di inoltrarmi in territori melodici o dissonanti.

Passammo una settimana in sala di registrazione, inizialmente con un’orchestra abbastanza nutrita, circa una cinquantina di esecutori, poi assottigliando l’organico sempre più. Il coro, era quello del teatro dell’opera di Roma. Altri tempi, altri film, altro tutto.

http://www.francopiersanti.it/movies/il-segreto-del-bosco

 

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