LETTERE IN LIBERTA’. CAPITOLO V

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LETTERE IN LIBERTA’

CINQUE – NEL BUIO DELLA MOVIOLA

La moviola, si sa, è un luogo misterioso e potente. Accanto al montatore e i suoi assistenti, il regista smonta e stravolge il sogno. Diventa Merlino.

In moviola gli incontri che il Fato cinematografico nel suo insondabile progetto mette insieme si saldano in amicizie di una vita o di qualche stagione, oppure legami e sodalizi di antica data possono sbriciolarsi lasciando cupe risonanze. Ma non voglio dire cose che molti di voi sanno bene.

Pochi hanno accesso alla moviola durante il montaggio. Il produttore, a un certo punto d’autorità ci va ma succede anche che attenda il consenso del regista. Dipende dal potere del regista…

Il musicista è tra i pochi che possono e devono varcare quella soglia. Per la musica. Con la Musica.

Il rapporto tra regista e musicista, come sapete, è tra quelli -nella lavorazione del film – che ha sempre generato interesse e curiosità tra studiosi di cinema e no.

Di solito il musicista quando arriva in moviola la prima volta non ha ancora scritto una nota. Il film è lì, mezzo fuori e mezzo dentro. Spesso già parla e chiede musica, altre volte geme e non ne vuol sentir parlare. Certi registi, come un padre con figlioletto, lo tengono per mano mentre lo mostrano al musicista, altri lo spalancano come una casa da arredare all’arredatore. Poi c’è chi ti dice perfino le tonalità in cui la musica dovrà essere scritta e chi invece non sa proprio quale musica potrebbe essere giusta per il suo film.

Io spesso arrivo in moviola e trovo il film inzeppato di musiche, musichette e musicone, pescate qua e là, tra i CD di casa e quelli in allegato a qualche quotidiano del mattino. E quelle musiche resteranno lì appiccicate come patelle agli scogli e costituiranno un riferimento tangibile per il regista quando si troverà a parlare di musica col musicista.

Insomma, il musicista è a suo modo l’ultima, forte emanazione del regista in un territorio abbastanza sconfinato dove l’intesa e la comunicazione avvengono attraverso codici sempre reinventati, o anche per simboli e per metafore, allusioni, rimandi, alcune volte telepaticamente…

Ma a proposito di codici per comunicare, eccone un esempio scalcinato e assurdo.

Roberto Perpignani, il grande montatore, collaboratore di Orson Welles, Paolo e Vittorio Taviani, Bernardo Bertolucci, Marco Bellocchio, Miklòs Jancsò, per citare alcuni tra i tanti e tanti registi con cui ha lavorato, mi ha raccontato, lui presente, del colloquio tra un musicista e un regista, di cui taccio i nomi, in moviola mentre scorrevano il film per decidere della musica :

Musicista: Aò, qui ‘a famo cazzuta?

Regista : e certo che qui ce vò cazzuta!

Musicista :qui allegra!!! Nooooo? Ammàzzate, avoja!!!

Regista : ma che, nun vedi a faccia de lei? Pe’poco piagne…

Musicista : vabbè, allora a famo triste…

Nel bellissimo e fondamentale libro intervista “Il cinema secondo Hitchcock” che Francois Truffaut realizzò nel ’62, in una serrata serie di incontri durati una settimana, Hitchcock affermò: “In Psyco del soggetto mi importa poco, dei personaggi anche: quello che mi importa è che il montaggio dei pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora e tutto ciò che è puramente tecnico possano far urlare il pubblico. Credo sia una grande soddisfazione per noi utilizzare l’arte cinematografica per creare una emozione di massa. E con Psyco ci siamo riusciti.”.

Hitchcock produsse di tasca sua il film che costò 800.000 dollari ( era il 1960) e incassò 50 milioni!

Questa sua dichiarazione appare curiosa leggendo un altro libro interessantissimo scritto da Stephen Rebello nel 1990 “Alfred Hitchcock and the Making of Psycho”, un ricchissimo reportage proprio sulla lavorazione di Psycho.

Veniamo a sapere che Hitch considerava il film non riuscito e temeva molto sicuro com’era che sarebbe stato un flop al botteghino, per i suoi soldi.

Durante il montaggio mise fretta a tutti per chiudere il film prima possibile. Chiese a Bernard Herrmann, suo compositore di fiducia, il grande musicista che conoscete, una partitura Jazz combo, per movimentare il film e dinamizzarlo.

Herrmann e il montatore George Tomasini, costrinsero il regista a prendersi un paio di settimane di vacanza forzata per tenerlo lontano dalla moviola e in autonomia continuarono a lavorare, lontani dalle direttive nevrotiche del regista.

Il risultato come sapete fu straordinario. Dopo il successo clamoroso del film, Herrmann ricevette da Hitchcock una doppia paga ( 25.000 dollari) come ringraziamento per la sua geniale partitura, lontanissima dal jazz combo che il regista pensava di usare.

E ora, nonostante il sole, l’azzurro del cielo, il blu dei mari d’agosto, ascoltate le cupe dissonanze e le laceranti grida della musica che Herrmann compose per Psycho, usando solo un’orchestra d’archi.

https://www.youtube.com/watch?v=fQwzJ6VvUD0

Franco Piersanti